IV°
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Cercando l'arcobaleno
Scritta da Sofia
Quanto è bello svegliarsi la mattina dopo una tempesta. Gustarsi per un secondo la magica quiete che porta la pioggia, trascinando via la vitalità e l’allegrezza del sole. Come affascina questo cupo, scuro cielo, invaso dalle nubi che lasciano passare un misero e solitario raggio di sole che da luce ad un piccolo squarcio di mare. Un mare stranamente calmo e lento, quasi che fosse stato fermato dal tempo. Ed ecco che come risvegliato da un lungo sonno torna il sole, che si fa spazio tra le nuvole nere e fa luce a tutto ciò che incontra. Solo il resto del cielo resta scuro e minaccioso.
Pacey: Joey, che ci fai qua fuori tutta sola?
Lei tace e sorride.
Pacey: Cosa ti fa sorridere?
Joey: Cercavo l’arcobaleno. Ma poi mi sono voltata e ti ho visto e la mia ricerca è diventata inutile.
Pacey: Perché Joey?
Joey: Perché niente più di te mi da pace.
Pacey: Credo sia la cosa più bella che qualcuno mi abbia mai detto.
Pacey non avrebbe mai saputo quantificare la gioia di quei momenti. Sembrava ancora impossibile avere Joey li con lui a condividere quella grande avventura. Potevano assaporare insieme l’emozione della loro storia, e a far loro da cornice vi era unicamente l’oceano, così immenso e sconfinato da mettere quasi paura, da creare nel cuore quella strana soggezione che è timore e coraggio allo stesso tempo, che è fierezza e debolezza, gioia e rimpianto. Come l’amore.
Con sorpresa Pacey si era reso conto di voler rendere Joey partecipe di ogni sua piccola emozione, comprese quelle tante debolezze che spesso si tentano di mascherare, forse per paura o per orgoglio. Mai prima di allora Pacey si era sentito così legato ad una persona e allo stesso tempo così libero di essere se stesso. Qualche volta ancora lo assaliva il timore di aver sbagliato tutto, di aver involontariamente obbligato Joey ad intraprendere questo viaggio, di averla costretta a rinunciare a Dawson, cosa che anche se lei difficilmente avrebbe ammesso, la affliggeva.
Timore pericoloso, quello, ma che fortunatamente svaniva sempre, ogni volta che scorgeva il volto sereno, felice in modo palpabile di Joey. Forse mai prima d’ora era stata così felice.
Il True Love attraccò al porto di Philadelphia dopo due settimane dalla loro partenza da Capeside. Il viaggio era stato molto divertente. La fase più comica era sicuramente quando Pacey si metteva a pescare. Singolari erano soprattutto le sue innumerevoli imprecazioni quando non riusciva a prendere niente o quando gli scappava dall’amo un “pezzo grosso”. La seconda fase più comica era quando, miracolosamente pescato un pesce, arrivava il momento di cucinarlo. Pacey disponeva di una specie di fornello che fungeva anche da piastra. A Joey ci volle qualche giorno prima di imparare ad accenderlo in maniera autonoma, ma imparato quello era già tutto più facile. Tempo una settimana e riusciva a bruciarlo solo un po’ e non totalmente, rendendolo di conseguenza commestibile. Facile immaginare però lo stato dei poveri due, che non disponendo di molti soldi, da due settimane mangiavano pesce bruciacchiato. Alla fine la fame prevalse sul senso di parsimonia. Joey fu la prima ad impazzire, che non avendo lo spirito del lupo di mare iniziava a nutrire un irrefrenabile desiderio di torta alla crema. Il luogo più adatto per soddisfare tale desiderio si rivelò essere un simpatico locale sulla costa di Philadelphia. Era un caffè letterario molto intimo e romantico, che poteva essere un perfetto punto di ritrovo tra amici poiché era suddiviso in piccoli separè che davano molta intimità, e da altrettanti piccoli salottini, costituiti da divanetti in pelle posti davanti a dei piccoli tavolini. Al suo interno non c’erano molte persone, e tutto il locale era piuttosto silenzioso dato che la maggior parte dei clienti erano intenti a leggere.
Joey: Pacey, ti prego entriamo qui!!!
Pacey: Ma Joey, tu avevi fame, ti pare questo il luogo più adatto per mangiare?
Joey: Certo, è economico, non c’è confusione e soprattutto ci sono molte, moltissime torte.
Pacey: Ho capito ma questo posto è malinconico! Stanno tutti leggendo, non c’è quasi nessuno che chiacchera e quei pochi che lo fanno discutono di letteratura. Ti pare idoneo? Ti avverto Potter che ti conosco. So già quello che tu hai in mente. Sicuramente troverai qualche libro interessante, e magari ti salta in testa di iniziare qualche discussione intellettuale con un altro pazzoide come te. E cosa farà a quel punto il povero Pacey? Fingerà di capirci qualcosa o affogherà i suoi dispiaceri nella torta alla crema?
Joey: Io dico che ti mangi la torta.
Pacey: Joey! Guarda che faccio sul serio.
Joey: Oh andiamo Pace, per favore. Ti prometto che non toccherò un libro. Mangiamo, e poi ce ne andiamo subito ok?
Pacey: Non ti credo Potter.
Joey: Come sarebbe a dire non mi credi? Pacey, dai cosa ti costa farmi questo favore? Non conosco nessuno qui, quale conversazione vuoi che instauri?
Pacey: Ah…e va bene. Tanto so che sarebbe inutile dirti di no.
Joey: Sei il migliore Pace!
I due entrano e per prima cosa ordinano una fetta di torta e un cappuccino. Joey divora il dolce in un batter d’occhio e inizia a guardarsi in torno ammirata. Il locale era ricco di librerie. Sembrava una biblioteca in miniatura. Era molto bello vedere tutte quelle persone intente nella lettura. Quel posto era un luogo quasi mistico, dove ci si recavano per lo più persone che avevano voglia di rilassarsi e immergersi in nuovi mondi. In particolare Joey notò un uomo sui 35 anni discutere animatamente con un'altra persona. Chissà di cosa stavano discutendo, si chiese Joey. Stranamente curiosa si avvicinò ai due uomini fingendo di cercare un libro.
Pacey: Ah no, questo no Potter! Non puoi farmi questo. Ricordi? Avevi promesso che avremmo mangiato e poi ce ne saremmo andati.
Joey: Sbaglio o la tua fetta di torta deve ancora finire? Non faccio nulla di male Pacey, do solo un occhiata in giro mentre tu finisci.
In realtà Joey voleva origliare. Non si fanno queste cose pensò tra se. Ma la curiosità era più forte della vocina interiore.
Avvicinandosi, Joey riuscì finalmente a capire ciò che i due si stavano dicendo. Discutevano di un libro, come era prevedibile e la curiosità di Joey era sempre in crescendo perché più li sentiva parlare più si rendeva conto che l’argomento della discussione era Piccole Donne, il suo libro preferito. Non certo una straordinaria opera d’arte, come puntualizzava uno dei due, ma sicuramente un libro ricco di sentimenti. Una storia che ha il caldo sapore della famiglia e il gusto amaro delle prime, piccole sofferenze che le giovani donne devono affrontare.
A volte bastano poche parole per tormentare il cuore di una persona. Un piccolo accenno è sufficiente a rievocare ricordi che forse avremmo voluto lasciare nel passato. Per qualche strano motivo il cuore di Joey iniziò a battere più forte. Forse perché ogni volta che sentiva anche solo nominare quel libro le era impossibile non ripensare a sua madre. E per quanto fosse ormai alleviato il dolore per la sua morte non poteva fare a meno di provare quell’indescrivibile senso di vuoto. Quella sensazione d’incompletezza, come se una parte di lei avesse cessato di esistere. Ogni volta che ripensava a sua madre provava la stessa sensazione. E così, come dal giorno alla notte, il volto di Joey si incupì. Tornò a sedersi al tavolo.
Joey: Pace, andiamo?
Pacey: Come? Subito? Eri così contenta di entrare qui e ora vuoi già andar via?
Joey: Scusa ma non eri tu quello che voleva andarsene? Ti ho detto che avremmo mangiato e poi ce ne saremmo andati. Io ho finito. Tu hai finito. È il momento di andare.
Pacey: Ok ok. Non c’è bisogno che ti scaldi tanto. Ero solo sorpreso.
Decisero di fare un giro per il centro di Philadelphia per sgranchirsi un po’ le gambe e Joey si impegnò nel cercare di tornare al suo umore abituale. Inaspettatamente passarono una bella giornata e Joey si divertì parecchio. Pacey era talmente buffo che neanche volendo sarebbe riuscita a rimanere seria.
Nel tardo pomeriggio tornarono, esausti, al True Love. Pacey stava sistemando alcune funi mentre Joey cadde in un profondo sonno non appena si coricò. Un sonno profondo, il suo, e altrettanto tormentato da incubi di ogni sorta. Sognò di essere a Capeside sul molo della casa di Dawson. Arriva sua madre e si avvicina sorridendole e le accarezza la testa. All’improvviso, dall’acqua sbuca uno squalo che la trascina in acqua e la divora trascinando quel che resta del corpo nel profondo del fiume, che all’improvviso è diventato un vasto oceano. Joey è tornata sul True Love, ma con lei non c’è Pacey bensì Dawson. Joey si chiede dove sia finito Pacey, quando all’improvviso ecco che torna lo stesso squalo con il suo corpo tra i denti. Tutta la scena è coperta dalla risata di Dawson e all’improvviso, da dietro l’angolo sbuca Steven Spielberg che grida Stop! Stop! È tutto sbagliato, rifacciamo!
Joey è nella confusione più totale, non sa più cosa fare. All’improvviso ecco ripetersi la stessa scena, solo che ora c’è Spielberg sulla barca seduto su una sedia che osserva attentamente tutta la scena. Joey allora capisce che si sta girando un film. Di nuovo lo squalo con Pacey tra i denti. Joey urla inorridita di fronte allo squalo che preso da una furia incontenibile divora anche Dawson e Steven Spielberg. Poi ritorna negli abissi e lei resta sola sulla barca.
Il sogno finisce qui. Joey si sveglia all’improvviso con un grido di terrore. Pacey è li con lei e cerca inutilmente di calmarla.
Pacey: Joey! Joey! Avanti, calmati. Va tutto bene, era solo un incubo.
Lei sembra non sentire nemmeno quello che lui dice. Si getta fra le sue braccia e non riuscendo più a trattenersi scoppia in lacrime. Il pianto di Joey era talmente violento che Pacey iniziava seriamente a preoccuparsi. Continuava a stringerla forte a se, cercando di calmarla sussurrandole parole rassicuranti. Pian piano Joey iniziò a riprendersi. Il respiro si fece più regolare il pianto si trasformò in un lamento silenzioso delle lacrime che lente scendevano dagli occhi.
Il corpo di Joey, tremante, si discostò un po’ da Pacey e si trovarono infine seduti l’uno di fronte all’altra.
Pacey: Joey, ma cosa è successo?
Joey: Pace…non lo so. Ho fatto un sogno…un incubo…terribile.
Pacey: Vuoi dirmi cosa hai sognato?
Joey cercò, tra un singhiozzio e l’altro, di spiegare a Pacey quello che aveva sognato. Anche a Pacey metteva un po’ soggezione l’idea di essere divorato da uno squalo, ma non lo diede a vedere. Cercò anzi di scherzarci su, ma Joey era ancora tutta tremante, allora la abbracciò di nuovo cullandola, quasi fosse una bambina piccola.
Joey si sentiva perduta in un deserto di emozioni. Deserto, si, perché provava tanti sentimenti quanti i granelli di sabbia che ne facevano parte, ma anche e soprattutto perché ancora una volta non poteva fare a meno di quella sensazione di vuoto. Una sensazione pericolosa perché inevitabilmente porta a sentirsi anche soli. Venne invasa da mille pensieri e ricordi, da una valanga di dialoghi e immagini che le venivano alla mente come se fosse stata davanti ad una sfera di cristallo che risvegliava il passato. Un passato così amaro e dolce allo stesso tempo da mettere paura. Quelli erano i terribili ricordi che una volta risvegliati difficilmente si potevano sopprimere. Joey impiegò mesi solo ad accettare che sua madre era morta. Con il tempo iniziò a farsene una ragione e ad arrendersi al fatto che in ogni caso la vita va avanti. Ma mai e poi mai aveva dimenticato, ne tanto meno smesso di sentire la mancanza di quella dolce, insostituibile donna che porta il nome di mamma.
Quante cose avrebbe voluto dirle Joey. Quante volte sarebbe andata da lei a chiederle aiuto, e lei non si sarebbe mai stancata di darle consigli e di starle vicina, perché era la sua mamma, il suo bastone, la sua stella, il suo rifugio. Quante cose sarebbero diverse, sarebbero migliori, se sua madre fosse stata li. In quel momento, la sola cosa che voleva davvero, era poter sentire ancora la sua voce rassicurante.
Pacey avvertiva in Joey, qualcosa di cui non si era mai accorto prima. Era difficile spiegare a parole quello che lui provava. Forse era in qualche modo una sensazione di disagio, quasi la sua presenza in quel momento fosse stata inutile. Sentiva il bisogno di aiutare Joey, di vederla di nuovo sorridente. Eppure si sentiva inerme di fronte a tutta quella inaspettata tristezza.
Pacey: Joey, ascoltami, io non posso riportare in vita tua madre, ne posso sostituirla. Non posso prendere il suo posto nella tua vita, nessuno può. Ma se hai bisogno di qualcuno su cui contare, io sono quella persona. Se hai bisogno di una spalla su cui piangere, io sono quella spalla. Se mai avrai dubbi, paure, timori, se non saprai che strada percorrere o che decisione prendere sappi che potrai sempre contare sul mio appoggio. Magari non sono bravo in queste cose…non credo di poterti sempre essere d’aiuto, ma ti prometto che farò tutto ciò che è in mio potere per esserti di conforto.
In quello stesso momento un tuono ruppe il silenzio della cabina. Il leggero rumore della pioggia sembrò incorniciare quel magico momento. Joey non pronunciò una sola parola, ma Pacey capì ugualmente che tra loro si era formato un legame speciale. Joey non aveva una madre, ma non sarebbe mai stata sola, e in quell’istante lo capirono entrambi.
La pioggia iniziò a scendere più violentemente e i tuoni si facevano più vicini. Rimasero abbracciati finchè non si addormentarono e questa volta fu un sonno dei più tranquilli che Joey avesse fatto negli ultimi anni.
Una volta sorto il sole Joey si alzò e uscì dalla cabina. Era strana la sensazione che provava in quel momento. L’idea di tornare a casa, rivedere Dawson, iniziare la scuola…sembrava impossibile, ma niente di questo la spaventava più. Un largo sorriso le si dipinse in volto, quasi a voler sostituire il sole nascosto.
Quanto è bello svegliarsi la mattina dopo una tempesta, pensò. Gustarsi per un secondo la magica quiete che porta la pioggia, trascinando via la vitalità e l’allegrezza del sole. Come affascina questo cupo, scuro cielo, invaso dalle nubi che lasciano passare un misero e solitario raggio di sole che da luce ad un piccolo squarcio di mare. Un mare stranamente calmo e lento, quasi che fosse stato fermato dal tempo.
Ed ecco che come risvegliato da un lungo sonno torna il sole, che si fa spazio tra le nuvole nere e fa luce a tutto ciò che incontra. Solo il resto del cielo resta scuro e minaccioso.
Pacey: Joey, che ci fai qua fuori tutta sola?
Lei tace e sorride.
Pacey: Cosa ti fa sorridere?
Joey: Cercavo l’arcobaleno. Ma poi mi sono voltata e ti ho visto e la mia ricerca è diventata inutile.
Pacey: Perché Joey?
Joey: Perché niente più di te mi da pace.
Pacey: Credo sia la cosa più bella che qualcuno mi abbia mai detto.